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Postato on mar 26, 2015 in elettrosmog, Italia, petizioni | 0 commenti

LE AZIENDE DI TELECOMUNICAZIONI E LE PRESSIONI SUL GOVERNO

LE AZIENDE DI TELECOMUNICAZIONI E LE PRESSIONI SUL GOVERNO

Fonte: wilditaly.net
pubblicato da Giuseppe Teodoro il 25/o3/2015

Recentemente e sempre con maggior veemenza l’industria delle TLC (telecomunicazioni) preme sul nostro governo affinché proceda celermente ad innalzare i limiti elettromagnetici vigenti nella normativa italiana, per – si dice – adeguarli a quelli degli altri Stati europei e del resto del mondo.

I Piani strategici sulla Banda Ultralarga e la Crescita digitale, varati dal Consiglio dei Ministri lo scorso 3 marzo, contengono questa enunciazione, ma attualmente risultano meri documenti programmatici, enfatici annunci infarciti di ambiziosi intenti, che, per diventare operativi, necessitano di provvedimenti attuativi (decreti o disegni di legge), cioè atti che coinvolgono necessariamente più enti e/o ministeri.

Dunque, un’operazione complessa, che appare già difficile in partenza e lo è stata in passato, ogni qualvolta il governo di turno si è cimentato nel tentativo di aumentare i livelli di tollerabilità all’elettrosmog.

Ma guardiamo più da vicino le ragioni per cui gli operatori TLC spingono per ottenere modifiche in alto delle soglie di elettromagnetismo in Italia.

Sotto il profilo tecnico emerge una motivazione per nulla banale: l’esigenza di ricorrere alla tecnologia del co-siting, cioè l’utilizzo di una sola postazione per una pluralità di antenne, pratica affermatasi con lo sviluppo del gsm (2G), proseguita con l’avvento dell’Umts (3G) e oggetto di una forte implementazione con l’LTE (il 4G, ovvero i servizi di ultima generazione, banda larga ed ultra larga).

Tale scelta, indotta da politiche di riduzione dei costi (concentrare più impianti nelle medesime postazioni è evidentemente più economico), si è tuttavia infranta sul muro dei limiti di legge attualmente vigenti in Italia (6 V/m, volt per metro), i cui valori verrebbero superati proprio con il ricorso al co-siting. Da qui la pressione per “aggiornare” le soglie, addirittura fino a 61 V/m !

Ora, l’esigenza per le imprese di ridurre i costi, radunando in coubicazione più antenne, produce un effetto positivo, in quanto contribuisce ad arginare il deprecabile fenomeno di proliferazione selvaggia ed incontrollata di impianti di telefonia mobile, che da anni imperversa indisturbato in molte città italiane, Roma in testa; ma, di per sé non può giustificare in alcun modo la pretesa di ottenere dal governo provvedimenti ad hoc, che introducano dosi più elevate di inquinamento elettromagnetico e “legittimino” la presenza di migliaia di nuove antenne nel già brutalizzato skyline delle nostre città.

Piuttosto – ed ecco il senso della proposta contenuta in uno dei punti dell’appello/petizione al Governo ed al Parlamento, che i comitati di tutta Italia stanno sottoscrivendo in questi giorni – si coinvolgano maggiormente gli enti locali, a cui già spetta ope legis disciplinare l’assetto urbanistico delle stazioni radio base nei territori di competenza: infatti, pianificare una corretta ubicazione delle infrastrutture, significa soddisfare le esigenze di copertura delle reti, e, al contempo, ridurre le esposizioni ai Cem (campi elettromagnetici) per la popolazione.

Le amministrazioni comunali che hanno volontariamente sperimentato questa opportunità, si sono trasformate da soggetti passivi a protagonisti di un processo virtuoso.

Viceversa, la ritrosia degli operatori tlc ad accogliere un sistema di regole in cui ogni soggetto coinvolto partecipa a pieno titolo nel processo di distribuzione delle tecnologie sul territorio, ha generato negli anni un autentico far west, consegnandoci un panorama legislativo ed operativo abnorme e contraddittorio, che il più delle volte ha finito per mortificare ogni più propositiva intenzione.

Da qui le difficoltà – se non l’impossibilità – per molte amministrazioni comunali, di poter governare in forma virtuosa i processi di distribuzione delle infrastrutture di telecomunicazione nel territorio di pertinenza, testimoniate da centinaia, migliaia di capillari proteste consumate in ogni parte del nostro Bel Paese, a dimostrazione che l’asticella del conflitto sociale s’innalza sempre più.

E allora perché gli operatori da un lato si sbracciano per ottenere limiti più convenienti e dall’altra, quando li si richiama al rispetto di un coerente sistema di regole (la pianificazione), si girano dall’altra parte?

La risposta è nelle rendite di posizione acquisite in anni di adescamento a certa politica accondiscendente, che ha reso refrattarie le TLC a soggiacere a qualsiasi disciplina. L’aver perseguito i propri obiettivi al riparo da ogni forma di controllo e con l’avvallo di governi compiacenti ha finito per rendere allergici gli operatori a qualsiasi ipotesi di assoggettamento a regole e programmi.

Cosicché, oggi il preteso “adeguamento dei limiti elettromagnetici”, invocato in nome di un pur condivisibile progresso tecnologico e col pretesto di colmare il digital divide, si trasforma in un processo di delegittimazione dei cittadini, incapaci – si dice – di saper cogliere le occasioni di rilancio dell’economia nel settore delle comunicazioni elettroniche, eppur sempre pronti a condurre battaglie di cortile per la difesa del proprio orticello (sindrome Nimby)!

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